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mercoledì 12 gennaio 2011

Una Lancia Fulvia 1.4 bianca

Quando ero bambino i miei organizzavano spesso delle cene a cui partecipava un sacco di gente variopinta, con addosso tuniche floreali e i capelli cotonati.
Ascoltavano Jaques Brel e Serge Gainsbourg e bevevano un sacco di caffè e superalcolici.
Poi arrivava il momento tanto temuto.
"Venite, vi faccio vedere i piccoli" diceva mia madre.
E cominciava la visita guidata.
Io lo odiavo quel momento. 
Mi metteva a disagio.
La porta si apriva e mi trovavo davanti una serie di facce dal trucco pesante che ricordavano un po' quelle delle prime attrici di film porno (ovviamente non è che io guardassi i film porno a quell'età, è un ragionamento che ho fatto a posteriori). 
Assieme a quelle, altre facce di giovani uomini prestanti con i baffetti e la camicia troppo stretta che mi guardavano come fossi una scimmia.
E io a fare ciao con la manina da sotto le coperte sperando che si togliessero dai maroni il più presto possibile.
E tutti, ma dico tutti, entravano in camera mia con la sigaretta in mano.
A quei tempi era abbastanza normale. 
A nessuno passava ancora per la testa che il fumo potesse fare male ai bambini.
Come quando si partiva per quei viaggi estenuanti verso il mare o la montagna, con noi tre stipati nel sedile posteriore di quella Lancia Fulvia 1.4 bianca e il portapacchi sul tetto.
Sì, perché il portapacchi un tempo è esistito davvero, ve lo garantisco. Non era una finzione dei film neo-realisti. Esisteva davvero.
I miei fumavano tutti e due. E molto. L'abitacolo si trasformava presto in una specie di camera a gas e poi ci si chiedeva perché i bambini vomitavano ad ogni tornante.
Intanto mia madre teneva sulle gambe il vecchio Grundig a pile (non avevamo l'autoradio) e ci faceva ascoltare De André.
Senza smettere di fumare.
Ora, diciamolo apertamente: affrontare un viaggio di quattro ore verso i monti stipato dentro una scatola piena di fumo mentre De Andrè ti canta tutto per intero il suo "Tutti morimmo a stento"  a otto anni è una di quelle esperienze che ti segnano per forza. 
E' allora che ho cominciato a pensare che non ci fosse via d’uscita, e lo penso ancora.
Mi ricordo la Raffaella, professoressa di matematica con una testa prodigiosa ma, purtroppo, totalmente ingestibile. Era molto bella, spesso ubriaca. Aveva una voce roca che sembrava grattare sul legno e gli occhi virati in modo esagerato con l'ombretto azzurro. Mascara pesante. 
Mi piaceva moltissimo.
E' morta per colpa delle sigarette. Ne fumava qualche pacchetto al giorno. Due, tre...boh.
Le hanno amputato le gambe perché la circolazione  era andata a puttane e  si è spenta. 
Non ricordo quanti anni avesse quando è successo, ma non era di certo vecchia.
Vabbè, chissà come mi è tornata in mente 'sta cosa...sarà colpa dei tortellini di Giovanni. 
Rana, naturalmente.